La dignità della vita e la politica della morte

Venerdì, 7 Settembre, 2018 - 16:21
Libera CHAMESS

I pescatori  tunisini da anni in prima fila nei soccorsi nel Mediterraneo arrestati dalle autorità italiane

Zarzis è una piccola e radiosa città posta sul lembo di costa tunisina che lentamente scivola verso la Libia. La pesca costituisce uno dei settori principali dell’economia locale insieme all’agricoltura e al turismo: proprio Zarzis è il ponte per raggiungere l’isola di Djerba, fantasmatica terra dell’oblio, anticamente chiamata isola dei Lotofagi, dove, secondo il mito, Ulisse e compagni, dispersi nel loro infinito peregrinare mediterraneo, trovarono rifugio e ospitalità presso la popolazione indigena. Tuttavia, lì si nutrirono del dolce frutto di loto che fece perder loro la memoria, dissuadendoli dall’intraprendere la missione del ritorno a Itaca.

A Zarzis, invece, alla memoria non si vuole rinunciare. Chamseddine Marzoug, pescatore e presidente dell’associazione locale dei pescatori, da anni offre degna sepoltura ai migranti che partono dalla Libia e che nel mare trovano la morte. I corpi dei naufraghi vengono raccolti nel braccio di mare luccicante che unisce la Libia alla Tunisia e, anche se solo geograficamente, tutto il Mediterraneo. Così, Chamseddine e gli altri pescatori hanno trasformato una vecchia discarica in un cimitero. Le donne e gli uomini che hanno provato a ‘bruciare’ le frontiere (harqa, si dice, nel dialetto maghrebino) e che hanno pagato con la vita le politiche mortifere della fortezza Europa, trovano pace a Zarzis, dopo esser passati per le carceri libiche finanziate dai governi italiani e per ogni forma di violenza.

L’anno scorso furono proprio i pescatori di Zarzis a ostacolare lo sbarco e le operazioni dell’imbarcazione C-Star, a bordo della quale si trovavano gruppuscoli dell’estrema destra europea che tentavano di ostacolare le operazioni di soccorso dei migranti condotte dalle ONG, all’epoca ancora presenti nelle acque internazionali prima della criminalizzazione perseguita dall’ex ministro Minniti.

Una settimana fa Chamseddine e altri cinque pescatori tunisini sono stati arrestati dalle autorità italiane. Dopo aver avvistato un'imbarcazione con il motore rotto che trasportava 14 persone, i pescatori hanno chiamato la Guardia Costiera italiana, che ha assicurato che si sarebbero occupati del caso. Ma dopo ore di ritardo, i pescatori hanno deciso di avvicinare la barca verso la guardia costiera. Sapendo di non poter prendere i 14 migranti a bordo della propria barca, i pescatori tunisini hanno trascinato l’imbarcazione in difficoltà fino a circa 24 miglia da Lampedusa, di modo che fosse soccorsa dalle autorità italiane. Ma la Guardia di Finanza, dopo aver prelevato i 14 migranti, ha arrestato violentemente i sei pescatori. Questi ultimi sono stati reclusi nella prigione di Agrigento, e potrebbero ora essere stati trasferiti a Catania. I pescatori di Zarzis hanno tenuto una protesta il 3 settembre mattina per la liberazione dei loro colleghi. Il 6 settembre, invece, un sit-in di protesta è stato inscenato di fronte alla sede dell’ambasciata italiana a Tunisi. La Tunisia ha chiesto formalmente all’Italia il rilascio dei pescatori detenuti.

Questa storia, come tante altre frammentate e disperse nei mille rivoli di ordinaria repressione e resistenza che abitano il Mediterraneo dei nostri tempi, ci offre uno spaccato dell’umanità, o sarebbe meglio dire della disumanità della politica e del modello di società che perseguono i governi europei, nessuno escluso.

Le immagini raccolte nei centri di detenzioni libiche inchiodano alle loro sudicie responsabilità capi di governo e ministri che hanno condannato alla tortura e alla morte migliaia di donne, uomini, bambini che fuggono da un’Africa sempre più ostaggio di politiche neo-coloniali e imperialiste.

Achille Mbembe, studioso camerunense, ha sostenuto come sia ormai la morte il marcatore che definisce in pieno le politiche (le tanatopolitiche) post-coloniali di questo nostro triste tardocapitalismo.

Poteri di vita e, soprattutto, poteri di morte: si crea l’emergenza migrazione e si costruisce l’immagine di un continente, l’Europa, alle prese con un’inventata invasione, emergenza ad hoc pianificata per occultare le cause e le conseguenze di decenni di liberismo sfrenato tramite un perfetto capro espiatorio. Nel frattempo, la mobilità umana è oggetto di un attacco senza precedenti. È il caso delle recinzioni di Ceuta, dei respingimenti di fatto che ormai avvengono anche in acque internazionali in seguito agli accordi tra autorità italiane e libiche, della criminalizzazione della solidarietà, di cui l’arresto dei pescatori tunisini è un esempio, dei furiosi tentativi di questo governo di sbrindellare ogni possibile esperienza di accoglienza, convivenza, reciprocità.

L’attacco a Riace è conseguenziale. Nel piccolo borgo del basso Ionio calabrese, gli esseri umani non traboccano in affollati centri di prima accoglienza. Né rimpolpano l’esercito di invisibili condannato a un’esistenza precaria tra semafori e coperte di cartone in stazioni dimenticate.

A Riace le persone contano. Donne e uomini hanno un’identità. Sono insostituibili, perché viene riconosciuta la ricchezza che ogni essere umano porta dentro di sé. Ciò costituisce qualcosa di inaccettabile per una discorsività, quella sovranista, che invece de-umanizza e riconduce la vita alle categorie legalistiche e paranoiche del ‘clandestino’, del ‘finto profugo’, dell’‘extracomunitario’.

Nella pianura liquida del Mare Nostrum c’è un’umanità sospesa, senza nome, carne da macello e nuda vita immolata sull’altare delle politiche dell’esclusione sociale che una classe dirigente ormai incorporata appieno nelle retoriche e nelle politiche populiste di tutta Europa persegue senza scrupolo.

A Zarzis, e in tanti altri ‘altrove’, invece, la persona umana emana un monito di inviolabilità e dignità. Valori di cui alcuni pescatori non vogliono dimenticarsi, a differenza dei lotofagi dell’Odissea, al punto da pagare col carcere le loro scelte di umanità.

 

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